Regione Siciliana

Storia del Comune

APPUNTI PER UNA STORIA DI SCORDIA
(prof. Nuccio Gambera)

TRA STORIA E ANTROPOLOGIA

 
     Nel territorio su cui sorge Scordia, nell’estremo limite settentrionale degli Iblei, in posizione amena sul margine meridionale della piana di Catania, a ridosso dei campi leontini, identificati con i campi lestrigonii della mitologia, si sono succeduti insediamenti umani fin dai tempi più antichi, in alcuni casi lasciando tracce ben visibili ancora oggi.
     Le numerose grotte artificiali esistenti in località Grotta del Drago e i resti di quelle scavate nella zona della Cava, ad est dell’abitato, attestano la presenza in età remota di una popolazione trogloditica lungo la valle naturale incisa nella roccia calcarea dalla impetuosa corrente del torrente che fino a qualche tempo fa, sorgendo a nord-ovest in località ‘Urgu tintu, scorreva con una serie di sinuose curve in un ambiente caratterizzato dalla bellezza selvaggia e dai forti odori della vegetazione tipica della macchia mediterranea, fino ad oltrepassare il ponte di contrada Pollicino, a sud-est, per immettersi nella piana di Lentini dividendosi in diversi rigagnoli destinati a confluire nel Biviere.
Quelle grotte in età protostorica dovettero essere abitate da popolazioni sicule, prima che queste venissero assimilate dai greci che avevano fondato nel 730 a.C. Leontinoi e successivamente Brikinnai, sul Colle S. Basilio, una località pochi chilometri a nord oggi compresa nel territorio di Lentini, nei tempi antichi culturalmente affine a Scordia.
     Questa assimilazione non dovette essere pacifica, se ancora oggi sopravvive una valutazione negativa dell’elemento greco nell’allarmato stupore comunicato dall’espressione; E- cchi sbarcarru Ârièci!?, che ci può capitare di ascoltare dagli anziani di Scordia all’arrivo improvviso di una frotta di ragazzi scalmanati e chiassosi intenti a giocare in maniera violenta sopraffacendo i coetanei più deboli o solamente più rispettosi delle buone regole del vivere civile.
     Del resto a soli pochi chilometri dall’attuale Scordia Ducezio aveva fondato Palikè, presso il santuario dei Palici, nel suo generoso quanto vano tentativo di difendere l’unità e l’indipendenza della nazione sicula dall’imperialismo dei Greci ( 451 a.c. ).
     Della presenza di questi ultimi nel territorio di Scordia come di quella dei Romani, dei Bizantini e degli Arabi sarebbero dimostrazione i reperti archeologici, soprattutto monete e vasi facenti parte di corredi funerari, di cui ci danno notizie gli studiosi di storia locale.
     Ma il materiale venuto alla luce, se si eccettua quello proveniente dagli scavi condotti da P. Orsi e da S. Lagona sul Colle S. Basilio, rarissimamente si è potuto esaminare, catalogare e sistemare con criteri scientifici, essendo stato trovato in maniera casuale o attraverso scavi di frodo destinati ad alimentare il mercato clandestino.
     Pertanto, quando è possibile, per la compiacenza di gelosi privati, si possono osservare soltanto oggetti decontestualizzati che scoraggiano il tentativo di meticolose e ragionate ricostruzioni che vadano al di là della presa d’atto di una generica presenza storica.
     Che in qualche caso è attestata anche dalla toponomastica e dalla sopravvivenza di rituali greci e romani nel cerimoniale di alcune feste popolari, nonché dalla inconfondibile influenza dell’elemento arabo nei temi e nella melodia dei canti d’amore e di lavoro della tradizione popolare di Scordia.
     Fino ad oggi i documenti più antichi che riportano il toponimo Scordia, risalgono al 1131 e al 1151. Si tratta di due diplomi che sanciscono la donazione “in partibus terrae Scordiae” di alcuni possedimenti ai templari da parte dei signori normanni Enrico di Buglio e Goffredo figlio di Oliviero.
     Più di cento anni dopo, esattamente nel 1255, in una bolla di papa Alessandro IV si legge che il Casale di Scordia Suttana, presumibilmente facente parte del Patrimonio di S. Pietro, viene donato dal pontefice al nobile guelfo catanese Niccolò di Sanducia.
     Era, quello, un periodo segnato dalle frequenti lotte tra baroni schierati in poco durature coalizioni contrapposte l’una all’altra in una guerra senza quartiere interrotta da tregue precarie seguite da furori bellici ancora più accaniti con il quasi scontato passaggio dei vari protagonisti da uno schieramento all’altro.
     Anche il Casale di Scordia Suttana subì stragi e devastazioni,con conseguenze negative per la popolazione che vi abitava.
     Le cose migliorarono quando, nel 1621, dopo complesse vicende ereditarie, il Casale passò a Giuseppa Campulo, che lo portò in dote ad Antonio Branciforte, appartenente ad una tra le più potenti famiglie siciliane, la quale, tra l’altro, vantava la sua discendenza da un leggendario alfiere di Carlo Magno, forte e fiero al punto di guadagnarsi il soprannome di “Brachium Forte” (braccio forte, donde Branciforte).
     Antonio Branciforte nobilitò il Casale e dopo essere stato nominato primo principe di Scordia, con il XXIV posto nel parlamento siciliano, nel 1628 ottenne da Filippo IV di Spagna la licentia d’habitare, mediante il pagamento di400 onze.
     Egli fu un principe illuminato e riuscì ad attirare dai paesi circonvicini una gran moltitudine di contadini nullatenenti spinti dalla possibilità di ottenere nel feudo di Scordia delle terre concesse a titolo di canone enfiteutico irredimibile e di edificare per sé e per la propria famiglia una abitazione all’interno del nucleo urbano.
     Questo provvedimento diede un notevole impulso all’attività agricola, ne determinò l’aumento della produzione e favorì lo sviluppo dei commerci e l’incremento demografico. Con conseguente espansione dell’edilizia, privata e pubblica, civile e religiosa.
     Pur esercitando un potere dispotico e spesso crudele, utilizzando anche la religione come instrumentum regni, Antonio Branciforte e i suoi successori garantirono ordine, sicurezza, pace e, tutto sommato, soprattutto all’inizio del nuovo corso, progresso civile.
     Il principe amministrava la giustizia esercitando il mero e misto impero, cioè la facoltà di giudicare sia in campo civile, sia in campo penale. Inoltre, godendo dell’assoluta podestà della spada, poteva anche condannare a morte i suoi sudditi.
     Ma l’amministrazione dello Stato, affidata ad una fitta rete di funzionari ai quali il sistema feudale che lo regolava garantiva, grazie anche ai lunghissimi periodi di assenza del principe, la possibilità di commettere impunemente ingiustizie e angherie nei confronti dei deboli e degli indifesi, a lungo andare fece avvertire i suoi limiti, soprattutto dal punto di vista economico, risultando frenati i commerci dall’imposizione di diritti e privilegi che ormai avevano fatto il loro tempo.
     I limiti del sistema apparvero evidenti soprattutto con il graduale passaggio da una produzione agricola di tipo estensivo, basata sulla cerealicoltura, ad una di tipo intensivo, all’interno della quale, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, l’agrumicoltura andava  affermandosi come settore trainante.
     Le riforme del Caracciolo (1715-1789) e l’abolizione dei diritti feudali favorirono la nascita di un ceto di industriali dell’agricoltura all’interno del quale, nel clima di generale rinnovamento, si formò un nutrito gruppo di professionisti e di intellettuali che contribuì notevolmente all’innalzamento del livello culturale del paese, prospettando ipotesi di emancipazione sociale e di progresso civile anche nell’ambito delle classi subalterne con la diffusione della cooperazione e dell’ istruzione. Qui basta citare l’impegno politico, culturale e sociale di Mario De Mauro, prete liberale e anticlericale, fondatore del Circolo degli Onesti Operai di Scordia (1862), autore di fondamentali opere di archeologia e di storia.
     La vocazione commerciale di Scordia trovò un supporto decisivo nella unificazione dell’Italia, al cui raggiungimento il paese seppe dare un notevole contributo. Oltre al già citato Mario De Mauro è necessario ricordare qui Antonino Vecchio Majorana, deputato al parlamento siciliano nel 1848 e ispettore generale forestale del regno d’Italia dal 1867 alla sua morte, avvenuta nel dicembre del 1870.
     La realizzazione della linea Ferroviaria Catania – Caltagirone, che dal 1892 collega Scordia al capoluogo etneo, della cui provincia il paese entro a far parte nel 1845 (prima di allora apparteneva alla provincia di Noto), diede un decisivo impulso alla produzione, alla lavorazione e alla commercializzazione degli agrumi, croce e delizia dell’economia di Scordia.
     Oggi il paese, che aveva puntato tutto su una agrumicoltura che produceva facili e non sempre meritati guadagni, si dibatte in una crisi profonda resa ancora più grave dal degrado culturale che l’arroganza della classe dirigente negli ultimi decenni ha prodotto a causa di una visione della realtà materialistica, miope e ottusa, visione che finora purtroppo ha penalizzato il progresso e la civiltà.

LO SVILUPPO URBANO

     Prima che il principe Antonio Branciforte rifondasse il paese devastato dal tempo e dalla guerra (“oppidum hoc bello evoque vastatum”, recita una lapide del tempo oggi ricollocata nei locali del Museo Civico “M. De Mauro”), nel Casale di Scordia c’era un piccolo nucleo urbano che vi ospitava i contadini e, periodicamente, quando decideva di sostare nel suo feudo, il barone. 
     Parte di questo nucleo è stato individuato a nord-est del centro storico, in quella che attualmente viene indicata come Casa Cancellieri, probabilmente facente parte dell’antica casa baronale, oggi sede di un ristorante.
     A partire da questo nucleo A. Branciforte diede inizio ad un piano di espansione urbanistica che, procedendo dal costone occidentale della Cava, andava nelle direzioni est-ovest e sud-nord, assumendo con l’andare del tempo l’impianto a scacchiera che ancora oggi caratterizza il paese.
     I più antichi edifici sorsero sul ciglio della Cava, orientandosi con lieve inclinazione lungo la direttrice sud-nord che attualmente vede ai suoi estremi la Chiesa Madre di San Rocco (1628) e l’ex Convento dei Frati Riformati di San Francesco (1644), con in posizione intermedia Palazzo Branciforte (1628) e l’antica casa baronale.
     Un po’ più ad ovest, quasi in linea con il lato nord di Palazzo Branciforte, sorse la Chiesa del Purgatorio (1648 circa), oltre la quale, verso ovest, andò formandosi una delle vie principali del paese, oggi via Cavour, nei tempi andati denominata , appunto, strada del Purgatorio.
     Contemporaneamente, destinate a creare un armonioso contrasto con i grandi palazzi gentilizi e borghesi che sarebbero sorti soprattutto nell’Ottocento, cominciarono a nascere numerose le tipiche abitazioni contadine.
     Il materiale necessario per tutte queste costruzioni proveniva in gran parte dalla vicina Cava, che forniva, tra l’altro, tufo e canne in abbondanza, nonché i coppi d’argilla prodotti nella contrada Scalazza.
     L’aumento progressivo della popolazione, e conseguentemente il sempre crescente numero di isolati prodotti dalla fitta rete di vie intrecciantisi ad angolo retto, con l’andare del tempo, grazie anche all’adozione di certamente ragionati correttivi, determinarono una conformazione urbanistica che già nell’Ottocento era caratterizzata da una scacchiera di palazzi gentilizi o borghesi che si alternavano con le case contadine, gli uni e le altre incorniciate da vie che alla fine sfociavano in tre larghe spianate che a nord-est (Piano del Convento), a sud-est (Piano di San Rocco) e a sud-ovest (Piano di Santa Maria), con le loro antiche chiese, delimitavano il paese cingendolo in un grande abbraccio protettivo che rassicurava i suoi abitanti.
     Questa sensazione era favorita, tra l’altro, dal numero delle piazze (tre) e dalla orientazione delle rispettive chiese: verso sud (San Antonio), verso est (Santa Maria) e verso ovest (San Rocco).
E queste piazze, oltre che essere toccate dalle processioni religiose più importanti, con le loro chiese erano le mete più significative di uno speciale rosario itinerante notturno che il popolo di Scordia, ancora legato a pratiche magiche precristiane, recitava per trarre i suoi auspici, in uno sconcertante sincretismo di preghiere ispirate al cattolicesimo e di credenze di accertata origine pagana (Pater Noster di San Giuliano, Preghiera a San Vito).
     In questa distribuzione degli spazi particolare importanza assumeva la strada della Colonna (oggi Corso Vittorio Emanuele), dalla quale sono raggiungibili tutte e tre le piazze.
Così come era importante la strada del Palio (l’attuale Corso Garibaldi), che dal Piano di Santa Maria (oggi piazza Regina Margherita) sale fino alla contrada Montagna, oltre il quartiere omonimo, e un tempo era teatro di una corsa a cavallo che si svolgeva il 15 di agosto nell’ambito dei festeggiamenti in onore del patrono San Rocco, festeggiamenti che prevedevano anche lo svolgimento di una affollatissima fiera del bestiame nello allora vastissimo Piano del Convento.
     I quartieri più antichi e più caratteristici di Scordia sono quelli del Convento (a nord-est del paese), delle Forche (a sud-est, dove un tempo era innalzata la forca per i condannati a morte), del Fiumillo (a sud, dove si trovava una sorgente d’acqua) e del Palio (a ovest, ai margini del corso Garibaldi). Questi quartieri incorniciano il centro urbano rappresentato dalla strada della Colonna e dalla strada del Purgatorio con le vie trasversali che le incrociano perpendicolarmente.
     Oggi il degrado e l’abusivismo hanno sconvolto il centro storico, mentre, in assenza di un’adeguata cultura del territorio e di validi strumenti urbanistici in grado di rendere vivibile la città, quest’ultima si espande a macchia d’olio in un processo che sembra inarrestabile.
     Negli ultimi decenni a nord ed ad ovest sono sorti nuovi quartieri anonimi e insignificanti con le loro case a più piani solitamente non rifinite all’esterno, con le loro strade strette e prive di luce, rumorose e sovraffollate di auto (Chiuso, Guccione, Montagna, Pinnatazza), mentre a sud-ovest, a sud e a sud-est se ne sono formati altri in un piano di sviluppo più razionalmente disegnato (Barona, Cittadino, Ponticello, Gabella San Rocco). La zona della Montagna, intanto, che per le sue caratteristiche paesaggistiche meritava una maggior protezione, è stata invasa dal cemento e dalla speculazione.

IL PATRIMONIO ARCHITETTONICO E ARTISTICO

Le case contadine
 
     Le case contadine ancora esistenti, ancorché accerchiate da squallidi e invivibili palazzi sorti dopo la demolizione delle altre che un tempo l’affiancavano, documentano in maniera immediata ed inequivocabile la sapiente organizzazione dello spazio tipica di una società fondata su una economia di sussistenza quale era quella cerealicola.
     Esse sorgono piccole e basse a piano terra, e, nei loro colori semplici ed elementari, presentano un prospetto segnato da una porta e da una finestra laterale (che in qualche caso può anche mancare); mentre l’interno è costituito da un relativamente ampio soggiorno con in fondo due aperture che immettono rispettivamente nell’alcova e nella stalla, spesso comunicanti tra loro; sfruttando la pendenza del tetto (costituito da travi a da canne su cui poggiano coppi d’argilla),solitamente sopra l’alcova e la stalla, è ricavato un altro ambiente, destinato a dormitorio e/o ripostiglio di paglia e strumenti vari, attraverso un ammezzato di assi connesse tra loro raggiungibile con una scala a pioli. Frequenti sono, poi, le nicchie scavate nello spessore dei muri in sostituzione di armadi e credenze.
     Poche di queste case sono ancora integre e resistono al degrado e alla speculazione, grazie anche al fatto che sono abitate da persone anziane non perfettamente integrate nella nuova società nata dallo sviluppo dell’agrumicoltura.
     Quando il paese non era ancora dotato di rete idrica, in queste case l’acqua perveniva dalla monumentale fontana della Cava, oggi non più in funzione e semidistrutta, come il vicino abbeveratoio.
 
La vecchia casa baronale
 
     Alcune case contadine erano ancora visibili, anche se in uno stato di pietoso abbandono, attorno ad un nucleo costituito dalla vecchia casa baronale, che, soprattutto dopo che è stata restaurata da volenterosi privati, esercita un notevole fascino sul visitatore.
     Divenuta, dopo un abbastanza rigoroso restauro di gran parte delle sue strutture, un caratteristico ristorante, essa sorge sul costone occidentale della Cava, a strapiombo su questa valle naturale, e ne permette una interessante vista panoramica che comprende quella parte del letto del torrente nei tempi andati frequentata come lavatoio dalle donne del paese non ancora dotato di rete idrica; i resti di antiche caverne, oggi adottate ad ovile, sul costone opposto, dove un tempo lontano è accertato che sorgeva una chiesetta del Calvario Vecchio, dalla quale prende il nome tutta la zona, anche se di essa si è persa ogni traccia; il folto corollario di agrumeti che dall’uno e dall’altro costone della valle degradano con artistici terrazzamenti che, malgrado la sapiente volontà dell’uomo, non sono riusciti a sconfiggere e ad addomesticare del tutto la cangiante vegetazione dei sommacchi delle agavi, delle opunzie e degli inaccessibili roveti; i rari ulivi del costone orientale.
     Quello che rimane fruibile della vecchia casa baronale (oggi casa Cancellieri) si apre con un porticato di cinque archi allineati l’uno in successione dell’altro alle spalle dell’edificio della scuola elementare “G. Verga”, sorto negli anni cinquanta al centro della vastissima piazza del Convento, che oggi pertanto rimane divisa in tre piazze diverse.
     Quando fu realizzato il palazzo principesco, la vecchia casa baronale fu da Antonio Branciforte assegnata, dopo adeguati lavori di ristrutturazione, ai funzionari dell’amministrazione del suo stato.
 
Palazzo Branciforte
 
     Il palazzo del principe fu costruito nel 1628 e misura m. 51 di lunghezza e m. 60 di larghezza. La sua maestosa bellezza di un tempo oggi si può solamente intuire, avendo subito sia all’interno che all’esterno molti interventi che ne hanno modificato la consistenza strutturale e stravolto l’armonia generale della composizione.
     La sua facciata principale è quella posta a sud, e originariamente era delimitata dalla vasta Arena del Principe, la cui area attualmente è occupata dal modernissimo e architettonicamente prosaico e insignificante Palazzo Municipale.
     All’arena si accedeva attraverso un monumentale portale barocco di tufo locale preziosamente intagliato. In corrispondenza di questo portale, sulla facciata principale del palazzo (il cui angolo di sud-est, seriamente danneggiato dal terremoto del 1693, fu fatto ricostruire e rinsaldare con robusti contrafforti nel 1712 da Giuseppe I Branciforte) si apre una grande porta-galleria che immette in un vasto cortile interno, al quale da nord si accede per mezzo di un arco ad essa corrispondente. Sulla sommità dell’angolo di sud-ovest è visibile una banderuola in lamina di ferro che ha la sagoma di un leone rampante che tiene un vessillo, stemma dei Branciforte e oggi simbolo del Comune di Scordia; lo stesso simbolo è incorniciato in alto dal timpano spezzato della loggia centrale.
     Ancora oggi sono raggiungibili alcuni dei sottostanti sotterranei adibiti a prigione dai principi di Scordia.
     Attualmente il palazzo, diventato proprietà di privati, versa in una desolante condizione di degrado, per cui è stato dichiarato pericolante ed è stato transennato. Il portale, invece, si trova smontato nei locali del vecchio macello, dove non sono più reperibili due dei suoi elementi più significativi: lo stemma in tufo dei Branciforte e del Comune, risistemato nella sala di lettura della Biblioteca Comunale, nel primo piano del vecchio palazzo municipale di via G. Marconi; e la lapide con l’iscrizione che ricordava la restaurazione del paese ad opera di A. Branciforte, recentemente posta in una parete del piano terra dello stesso palazzo, oggi sede del Museo Civico Etno-Antropologico e Archivio Storico “Mario De Mauro”.
 
La chiesa madre di San Rocco
 
     Contemporaneamente al suo palazzo il principe A. Branciforte provvide a fare costruire la chiesa madre di San Rocco, patrono di Scordia, riservandosi su di essa, allora unica parrocchia del paese, il diritto di patronato, cioè la facoltà di designare il parroco, che poi sarebbe stato nominato dal vescovo.
     Nel 1629 si cominciò a seppellirvi i morti, ma la chiesa andò completamente distrutta a causa del terremoto del 1693. Riedificata su progetto da molti attribuito a fra Michele della Ferla, fu riaperta al culto nel 1712.
     Tuttavia assunse la forma e l’ampiezza attuale durante la parrocatura di Mario De Cristofaro (1830-1867), a cura del quale furono completate le ali della croce latina che forma la pianta della chiesa, divisa in tre spaziose navate adorne di stucchi e affreschi, con otto altari laterali sormontati da tele di non disprezzabile fattura, opere del senese Marcello Vieri (XVIII sec.) del romano Pietro Gabrini (1856-1926) e di artisti ignoti.
     Particolare attenzione merita la pala della Madonna del Rosario, da alcuni attribuita al Caravaggio (1571-1610), da altri ad un artista ignoto della sua scuola, da altri ancora considerata una copia.
     Un’altra tela sulla quale si formulano le più svariate ipotesi è quella posta a lato della cappella del Sacramento, a sinistra dell’abside. In un interno è rappresentata la Madonna col Bambino che benedice San Giovannino. Accanto alla Vergine, Santa Elisabetta. Sullo sfondo, a sinistra, un personaggio maschile (San Giuseppe?) e, attraverso un’apertura, un paesaggio campestre. Si tratta di un’opera di ottima fattura, secondo alcuni da attribuire ad un artista non estraneo alla scuola di Raffaello. A Malta, nella Cattedrale di San Giovanni, a La Valletta, è conservata una tela di identico soggetto. Ma ritorniamo alla chiesa madre di Scordia.
     Nell’abside sono ancora visibili l’antico altare maggiore in legno e l’organo di canne dell’800. La volta è decorata con affreschi del pittore militellese Giuseppe Barone (1887-1956): il Cristo Rex Mundi (1947) e, all’interno di cornici rotonde a stucco, San Pietro e San Paolo. Ad un artista ignoto è da assegnare una scena della vita di San Rocco, di epoca anteriore.
     A destra c’è la cappella di San Rocco, dove si custodisce il Fercolo ligneo del 1884 con la plurisecolare statua del santo patrono, anch’essa in legno, che viene portata in processione ogni anno il 16 agosto. Un tempo la statua, come quella del cane che l’accompagna, era rivestita d’argento, ma le lamine del metallo prezioso sono state trafugate in uno dei tanti furti subiti dalla chiesa.
     Accanto alla cappella si trova il monumento in marmo di Mario De Cristofaro.
     Sulla volta della navata centrale è dipinta su tela una grande scena con San Rocco tra gli appestati (1929) opera del catanese Alessandro Abate (1867-1953).
     Sulla stessa volta è visibile un affresco con scena biblica di dimensioni più piccole, forse eseguito dallo stesso pittore, che nel 1933 realizzò anche il quadro con l’allegoria dell’Abbondanza, che attualmente si trova esposto nel salone dei ricevimenti di Palazzo De Cristofaro.
     Nei locali della chiesa, oltre ai preziosi paramenti sacri e ai pochi calici e ostensori in metallo prezioso risparmiati dai ladri, si custodiscono altre sculture e altre tele di un certo valore (tra gli altri, alcuni ritratti del pittore scordiense Giuseppe Barchitta), nonché un archivio di grandissima importanza documentaria.
     Il prospetto della chiesa, orientata verso occidente, è un esempio del più puro barocco, impreziosito della luminosità della pietra locale. Ma suscita una sensazione di precarietà la vista del campanile ancora privo del cupolino che dovrebbe sostituire la guglia conica rivestita di mattonelle maiolicate (già rimossa) per riportare la facciata alla sua forma originaria.
     Sensazione aggravata dai puntellamenti dell’interno e dalle tele degli altari provvisoriamente addossate alle pareti.
     La chiesa infatti già da prima del terremoto del 13 dicembre 1990 è chiusa al culto.
     In essa ha sede l’antica Confraternita del SS. Sacramento.
 
Il monumento a San Rocco
 
     Al centro della piazza antistante la chiesa omonima, su di un alto piedistallo, si erge la statua in pietra calcarea di San Rocco col suo cane, opera dello scultore palermitano Nicolò Bagnasco. Il monumento fu eretto nel 1813, quando la peste affliggeva l’isola di Malta.
 
La chiesa del Purgatorio
 
     La chiesa di San Gregorio Magno, meglio nota come chiesa del Purgatorio. Essa si trova in via Cavour e con il suo prospetto semplice è orientata verso sud. Probabilmente anch’essa fatta costruire da Antonio Branciforte, è piccola e ad una sola navata.
     Interessante è il suo altare maggiore, dove tra due colonne tortili è posta la pala in cui sono raffigurati San Gregorio Magno, la Madonna con gli angeli e le anime purganti avvolte dalle fiamme.
     Rispettivamente accanto alla colonna di sinistra e a quella di destra, a grandezza naturale, si notano le statue in gesso di Cristo con le piaghe e della Madonna col Bambino; ai loro piedi, le anime del Purgatorio.
     Nella chiesa insieme ad altre tele ed alla statua lignea di San Francesco di Paola, si conserva il Gruppo della Passione, costituito dalle statue lignee del Cristo morto adagiato in un prezioso cataletto anch’esso in legno, dell’Addolorata, di San Giovanni e di Maria Maddalena. Si tratta di opere di artisti anonimi del 1700. Di particolare pregio artistico è la statua del Cristo, le cui braccia, tra l’altro, sono snodabili e rendono possibile lo svolgimento delle varie fasi della cerimonia della Crocifissione e della Deposizione, dopo la quale la sera del Venerdì Santo tutto il gruppo viene portato in processione per le vie principali del paese con la partecipazione delle più antiche confraternite religiose.
     Nella sacrestia si conserva un opera di eccezionale importanza: si tratta di una “preziosa incisione a bulino in rame eseguita su un disegno di Tiziano” (A. Milluzzo). In realtà è una serie di nove incisioni di complessivi cm 65 x 450. Tutta l’opera si intitola Il Trionfo della Fede, e si divide in due parti (Vecchio Testamento e Nuovo Testamento) con al centro la figura di Cristo in posizione dominante sulle numerosissime altre indicate con scritte in francese. L’opera conservata nella chiesa del Purgatorio, sia per le dimensioni, sia per la tecnica, sia per le parti che la compongono sembra rappresentare una novità rispetto alle informazioni da noi acquisite sulle varie edizioni che del disegno del Tiziano si pubblicarono a partire dal 1508. Pertanto meriterebbe attenzione e cure maggiori.
     La chiesa del Purgatorio funzionò come pro-matrice negli anni immediatamente successivi al terremoto del 1693, che distrusse la chiesa madre di San Rocco. In essa ha sede l’antica Confraternita di Maria S.S. Immacolata.
 
La chiesa di S. Antonio
 
     La chiesa di S. Antonio, annessa all’ex Convento dei Frati Riformati, delimita quest’ultimo dalla parte di ponente.
     L’uno e l’altra furono voluti dal principe Antonio Branciforte su sollecitazione della moglie Giuseppina Campulo e del fratello Ottavio, vescovo di Cefalù e poi di Catania, il cui mezzo busto è collocato nel prospetto in posizione centrale in una nicchia all’interno del portale della chiesa.
     Essa fu realizzata nel 1644, è ad una sola navata, ed è ricca di stucchi, affreschi, tele e sculture di notevole valore artistico.
     Qui ci limitiamo a citare le opere più importanti, cominciando dalla statua lignea a grandezza naturale del Cristo alla Colonna, che reca la data del 1739.
      “L’opera è di artista locale, rozzo ma espressivo. Si vuole sia stata ricavata da un frate in un pero che sorgeva nella Silva del Convento. Pure, essa conserva il suo alto valore artistico, specialmente nel volto spasmodicamente atteggiato” (S. Pappalardo)
     La statua del Cristo alla Colonna viene portata in solenne processione la sera del Mercoledì Santo (fino a qualche anno fa la processione si svolgeva il Giovedì Santo).
     Nell’ultimo altare laterale di destra sta una tela già attribuita al pittore acese Paolo Vasta (1697 - 1760), ma probabilmente da assegnare a Costantino Carasi, pittore netino attivo nella 2° metà del Settecento. Si tratta dell’Immacolata, con in alto la SS. Trinità e in basso santa Lucia e San Vito.
     Di fronte, nell’ultimo altare laterale di sinistra c’è “il Crocifisso, secentesco, in legno, scolpito e dipinto, di grande dignità mistica. L’espressione generale è di altissimo vigore spirituale, serrato nel corpo infranto e prostrato. Secondo il prof. Maganuco è opera assai vicina a Frate Umile da Petralia. Esso è opera anteriore alla chiesa: era posto nell’oratorio del Branciforte nel suo palazzo di Palermo e fu, per testamento rogato notar Carlo Carnazza in Messina, legato ai Padri Riformati di Scordia, perché ne ornassero il loro tempio. E’ ai piedi di questo Crocifisso che viene a prostrarsi il popolo scordiense, per implorare dal cielo l’acqua benefica, nelle annate di siccità. Si vuole ancora che rimuovere la polvere che il tempo va accumulando su di esso arrecherebbe gravi malanni e calamità all’abitato “ (S. Pappalardo).
     Ai piedi del crocifisso si ammira un pregevole quadro ad olio raffigurante l’Addolorata, attribuito al pittore palermitano Vito D’Anna (1719 – 1769).
     Nel terzo altare di sinistra è posta la tela che rappresenta la Sacra Famiglia con San Gioacchino e Sant’Anna che alcuni attribuiscono al pittore fiammingo P.P. Rubens (1577 – 1640) e che altri considerano una copia.
     Nell’abside, oltre al marmoreo altare maggiore sormontato da una preziosa reliquario in legno, è degno di attenzione il pavimento in ceramica caltagironese, dove in un grande medaglione “è raffigurato il pellicano con la testa rigirata in armonia perfetta, che fa spruzzare il sangue dal suo corpo per nutrire i suoi nati” (S. Pappalardo).
     A sinistra dell’altare maggiore una lapide incisa nel 1862 con una iscrizione di Mario De Mauro ricorda che vi sono sepolti i primi principi di Scordia, Antonio Branciforte e Giuseppa Campulo, assieme ad alcuni dei loro discendenti.
     Apprezzabili dal punto di vista artistico sono i 14 quadri dipinti ad olio della Via Crucis e la statua lignea di Sant’Anna con la Vergine.
     Dopo un lungo periodo d’abbandono, durante il quale da essa sono scomparse alcune opere d’arte, la chiesa ha riacquistato una certa importanza da quando, in seguito alla chiusura al culto della chiesa madre, vi si è trasferita la parrocchia di San Rocco.
     Nella chiesa di Sant’Antonio ha sede l’antica Confraternita del SS. Crocifisso.
 
L’ex Convento dei Frati Riformati
 
     Il Convento dei Frati Riformati ospitava dodici monaci per il mantenimento dei quali il principe Antonio Branciforte aveva costituito opportunamente le rendite e le concessioni, affidando loro l’amministrazione dei beni provenienti dalla Silva circostante e la celebrazione del culto nella annessa chiesa di Sant’Antonio.
     Oggi il convento presenta molte asimmetrie e incongruenze architettoniche a causa degli interventi poco pertinenti che si sono succeduti nel tempo, ma rimane sempre un luogo ricco di fascino e di suggestione, e c’è da augurarsi che i lavori da tempo avviati possano restituirlo alla sua originaria solidità.
      <<Vi si entra per una porta accosto ed a levante della porta della chiesa. Al centro vi è un atrio quadrato scoperto nel cui mezzo una cisterna. L’atrio è contornato da un colonnato coronato da archi a forma esatta di semicerchi. Sui muri di recinzione interna dell’atrio predetto sono degli affreschi di non ignobile fattura del tempo. In corrispondenza di ogni arco del colonnato è una lunula e nelle lunule il pittore raffigurò gli episodi principali della leggenda aurea del serafico Assisano, in opposizione e in sovrapposizione della leggenda aurea del Cristo. A nord e a sud i contemplativi dell’ordine, a oriente ed all’occidente gli operativi dei Minores, quei martiri, che suggellarono del loro sangue e testimoniarono della umanità dolorante e per il trionfo dello incipiente umanesimo fra inauditi tormenti perirono.
      (…) Al di sotto delle lunule sono dei medaglioni riproducenti ritratti dei principali frati e delle principali clarisse, salvo che ai quattro centri delle pareti, ove è una composizione. (…)
     Delle quattro composizioni quella sul muro di mezzodì raffigura la creazione (…); quella del muro di levante Mosè, che fa scaturire le acque nel deserto (…); quella del muro di tramontana il sogno di Giacobbe (…), e quella sul muro di ponente il giudizio (…).
     Sulla lunula dell’ingresso, cioè nella lunula sovrastante alla porta del lato interno, è raffigurata la constatazione delle stimmate di Santo Francesco. (…)
     Nel trittico a destra (nell’androne di ingresso), oltre due frati ai lati, nel centro sono raffigurati sette frati minori legati con catene alla croce e sprizzanti sangue dai fianchi; in quello di sinistra, al centro, si ha una scena complessa. In basso alcuni frati che raccolgono le pere dagli alberi ed in alto una gloria con nel centro il Cristo col trionfo ermetico in mezzo al petto, a sinistra di chi guarda la Gran Madre di vita con il seno destro scoperto da cui stilla una goccia di latte e a destra San Francesco. Dice la Gran Madre : “A me omnes fructus eius”, Cristo: “Incrementum dedi” e San Francesco: “Ego plantavi”. (…) Pertanto la scena non è storica, ma allegorica>>. (V. Salvo Basso)
     <<Naturalmente, per come l’affresco richiede, la gamma dei colori è molto limitata, ridotta alle sole terre; ma quanta espressione sul volto estatico di quei frati che affrontano tra gli infedeli terribili torture per il trionfo della fede!
     Un colorito rossastro pervade l’insieme, un modellato rude e carnoso, alcuni volti ovali e pesanti, certi corpi di frati, inguainati in tonache piegate con evidente manierismo e soprattutto un diffuso senso drammatico tendente al macabro da una parte al realismo dall’altra, bastano per persuaderci che ci troviamo dinanzi ad un artista complesso di cui il nome ci sfugge tuttavia. Infatti non è possibile riferire gli affreschi del Convento di Scordia, della prima metà del Settecento a quelli degli altri Conventi in altre parti dell’isola. Probabilmente essi saranno il frutto dell’opera appassionata di qualche frate locale, di un frate dotto, che conosceva in tutti i particolari la storia che si accingeva a narrare, rappresentano un inno alla gloria del santo, della cui vita sono riportati gli episodi più salienti accanto a quelli dei martiri dell’Ordine, ai ritratti dei pontefici, a quelli delle Clarisse>>. (S. Pappalardo)
 
La chiesa di Santa Maria Maggiore
 
     La chiesa di Santa Maria Maggiore sorge nell’attuale piazza Regina Margherita, in prossimità della villa comunale, nello stesso posto dove sorgeva la chiesetta di Santa Maria, la più antica del paese, già esistente quando Scordia era ancora un Casale.
     L’attuale chiesa, in elegante e raffinato stile barocco, fu voluta, dal commissario della Santa Inquisizione Don Matteo Imperia, che la dedicò al Cardinale Antonio Colonna Branciforte, come si legge in una lunga iscrizione incisa sulla lapide posta sul portale e recante la data del 1780.
     L’interno è ad una sola navata ed è preziosamente decorato di stucchi e affreschi. Sono da notare inoltre l’altare maggiore, la balaustra e i quattro altari laterali di marmo policromo.
     Questi ultimi sono sormontati da tre pale di ottima fattura (opere di Marcello Vieri e di pittore ignoto) e dalla preziosa statua lignea della Madonna col Bambino. In una nicchia è conservata la statua, anch’essa in legno, di Santa Liberata.
     Sull’altare maggiore è posta una tavola che raffigura la Vergine col Bambino e santi, mentre in alto è rappresentato il Padre Eterno con angeli. L’opera, poi, è sormontata da un’altra immagine del Padre Eterno in stucco finemente modellato. La tavola, che nel tempo ha subito diversi interventi di restauro non sempre inappuntabili, reca la data del 1589 e il nome di Don Vincentio Valdassi, probabilmente voce corrotta per indicare Vincenzo Imbardaxi, signore di Scordia, che potrebbe averla commissionata.
     Sulle pareti della chiesa, all’interno di croci greche con i bracci verticali semicircolari e con quelli orizzontali quadrangolari, si trovano sei affreschi quasi a grandezza naturale che descrivono alcuni episodi della Vita di Maria disposti in successione cronologica, dalla Nascita della Vergine alla Presentazione di Gesù al Tempio.
     A Maria sono dedicati anche i quattro affreschi dell’abside disposti ai lati della tavola centrale, questa volta non con criteri cronologici, bensì con funzioni simboliche: Madonna della Lettera, Madonna della Buona Morte, Immacolata Concezione, Madonna degli Ammalati. E’ da dire inoltre che i più vicini alla tavola centrale sono di forma ovoidale. Soltanto l’affresco della Madonna della Lettera è in buone condizioni, mentre gli altri tre sono andati quasi interamente distrutti e sono rimpiazzati da tre cattive copie ad olio.
     Di maggior pregio artistico sono gli affreschi della volta, anch’essi dedicati alla Madonna. Quello anteriore rappresenta la Morte della Vergine; quello centrale è quasi interamente perduto e rappresenta l’Assunzione della Vergine; quello posteriore, parzialmente distrutto, rappresenta la Glorificazione della Vergine.
     Nella sagrestia, che secondo gli studiosi di storia locale occupa lo spazio dove anticamente sorgeva un tempietto dedicato a Cerere, sono conservati i bozzetti (o forse studi posteriori) di questi tre affreschi.
     Nella stessa sagrestia si conserva una pala rappresentante San Paolo che predica in Atene, di autore ignoto.
 
La Colonna
 
     Nel lato nord di piazza Regina Margherita nel 1818 fu innalzata una statua in pietra calcarea della Madonna col Bambino collocata su di un’alta colonna. La statua è rivolta ad est, come la vicina chiesa di Santa Maria Maggiore, e domina tutto il Corso Vittorio Emanuele, la via principale del paese un tempo denominata, appunto, Strada della Colonna.
     Crollata nel 1835 a causa di un violento temporale, fu ricostruita in 15 giorni. Nel 1909 un ciclone la abbatté nuovamente, per cui due anni dopo fu rifatta in cemento armato su progetto dell’architetto Tommaso Malerba.
 
Il Monumento ai Caduti
 
     All’interno della Villa Comunale, sempre in piazza Regina Margherita, il 4 novembre 1932 venne inaugurato il Monumento ai Caduti, il cui elemento più significativo è rappresentato da una statua femminile, simboleggiante la Vittoria con la palma del martirio, alata in bronzo a grandezza naturale, opera dello scultore catanese Pietro Pappalardo.
 
La Chiesa di San Giuseppe
 
     La chiesa fu realizzata a più riprese nel secolo scorso in pieno centro cittadino. Il suo prospetto, realizzato secondo i canoni del neoclassicismo, è orientato verso occidente. Alla sua prospettiva nuoce l’edificio del mercato coperto, la cui realizzazione ha rimpicciolito la piazzetta antistante. L’interno è ad una sola navata con cinque altari laterali di marmo in qualche caso preziosamente scolpito.
     Vi si conservano sculture lignee (Sacra Famiglia, San Giuseppe col Bambino, Sacro Cuore di Gesù) e tele di un certo valore artistico, alcune delle quali (la Madonna degli Ammalati, nel secondo altare laterale di destra, e una Sacra Famiglia, nel salone annesso alla chiesa) del pittore scordiense Giuseppe Barchitta (1874 – 1959). La volta della chiesa è decorata con due affreschi di Giuseppe Barone. Essi rappresentano lo Sposalizio della Vergine e di San Giuseppe e la Sacra Famiglia intenta al lavoro nella bottega del falegname.
     Alla parete dell’abside è appeso un grande Crocifisso di legno.
 
La Chiesa di Santa Liberata
 
     La chiesa di Santa Liberata è stata realizzata nei primi anni del nostro secolo. Essa sorge in via Cavour, e col suo prospetto semplice è orientata verso sud.
     L’interno, di piccole dimensioni, ma ben decorato, è a croce greca. Tutta la parte destra è occupata da una grotta in pietra lavica simboleggiante quella di Lourdes, con le statue lignee della Vergine e di Bernadette. Vi si custodiscono delle tele di buona fattura, tra le quali Santa Liberata in croce, di Giuseppe Barchitta.
     Interessante è la statua in legno di Santa Liberata, “statua che probabilmente in origine rappresentava Santa Cecilia” (C. Parisi)
 
I Palazzi
 
     Molti sono i palazzi gentilizi e borghesi. Alcuni rivestono una certa importanza non soltanto dal punto di vista architettonico, ma anche per le decorazioni che è ancora possibile ammirarvi all’interno, pur non essendo, in generale, oggetto dell’attenzione che meriterebbero: palazzo Vecchio, palazzi De Cristofaro, palazzi Modica, palazzi Paolì, palazzo Vecchio Majorana.

LE FESTE
 
"Sdirri, Pasqua e Natali su li tri-ffésti principali"
 
     Ancora oggi può capitare di ascoltare questo detto da qualche persona anziana. Infatti a Scordia sono particolarmente sentite le feste di Carnevale, Pasqua e Natale.
     Tutte e tre queste ricorrenze sono caratterizzate dalla sopravvivenza nel loro rituale di elementi magici e animistici tipici delle religioni precristiane, con la predominanza del mito di Demetra – Cerere e con la presenza di quelli di Attis, Adone e Osiride, tutti personificazioni del “dio della, vegetazione che muore e rinasce” (De Martino).
     In realtà queste feste ripropongono i riti di eliminazione e di propiziazione tipici della civiltà agro-pastorali, riti legati al ciclo delle stagioni e ai lavori che esse richiedono nei campi.
     Ma il cattolicesimo, anche se non sempre con la necessaria chiarezza, riesce a sublimare in un’ottica nuova, soprattutto durante la Pasqua, questa sopravvivenza, favorendo una commossa intensa partecipazione popolare.
     Momenti culminanti di questa religiosità, che nei suoi aspetti folcloristici qualche volta rischia di scadere nell’esteriore e nel teatrale, sono le tre processioni del Mercoledì Santo, del Venerdì Santo e della Domenica di Pasqua, caratterizzate dalla ieratica compostezza, nei loro tradizionali costumi, dei confrati del SS. Crocifisso, di Maria SS. Immacolata e del SS. Sacramento).
     A Natale si diffonde uno spirito di serenità e di allegria che coinvolge tutti gli strati della popolazione di Scordia. Sono molte le usanze che rendono interessante questa festa da un punto di vista folcloristico, ma quella che merita una maggiore attenzione è la novena, che allieta grandi e piccini con il tradizionale motivo che la banda musicale del paese esegue dalla sera del 16 dicembre alla sera del 24 davanti al presepe con la caratteristica grotta vegetale che viene preparato in tutti i quartieri.
     Interessante e suggestivo è poi il presepe che a cura dell’Amministrazione Comunale viene allestito nelle grotte della Cava.
     Il Carnevale festa dichiaratamente laica e pagana, coinvolge quasi tutta la popolazione di Scordia. Numerosi sono i gruppi in maschera e i carri allegorici che sfilano per le strade del paese proponendo satira e trasgressione in quello che viene considerato “il più bel Carnevale del Calatino”.
     Nell’ambito dei riti di propiziazione primaverili è da inquadrare la festa di San Giuseppe (19 marzo), che dopo una crisi relativamente lunga, da qualche tempo si ripropone come una delle più sentite del paese. Fondamento della festa è l’elemento filantropico, con il significativo corteo che procede per le strade del paese con al centro un vecchietto, una fanciulla e un bambino che rappresentano la Sacra Famiglia e possono attenuare la loro povertà con le offerte dei credenti.
     Nel periodo estivo ricade la celebrazione della festa di Santa Maria (primo lunedì di Pentecoste) e di quella di San Rocco (16 agosto). E di questa collocazione temporale (la stagione della raccolta del grano) non potevano mancare i riferimenti nel loro cerimoniale, con le scontate sopravvivenze precristiane.
     Un tempo esse erano le più importanti del paese. La prima, dopo una crisi durata molto tempo, sembra che da qualche anno stia rinascendo come festa di popolo, mentre la seconda attraversa una crisi più che decennale e coinvolge ogni anno sempre meno persone.
 

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